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César Manrique a Lanzarote: quando l’architettura diventa paesaggio

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César Manrique non ha mai costruito su Lanzarote. Ha costruito con l’isola, lasciando che fosse il vento, la lava solidificata e l’oceano a suggerire i gesti. Arrivare a Lanzarote significa entrare in un paesaggio primordiale, essenziale, dove l’architettura non si impone ma si ritrae. Le opere di Manrique emergono come pause nel territorio: spazi da abitare più che da osservare, luoghi in cui l’uomo ritrova una misura possibile dentro la natura.

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L’integrazione con il territorio è il primo atto progettuale. Non ci sono volumi estranei, né forme gridate. Le architetture scavano, si adagiano, seguono le curve della lava e i vuoti naturali. Nei Jameos del Agua o nel Mirador del Río, il progetto nasce dal paesaggio stesso: grotte, cavità, belvedere che esistono perché il territorio li ha già immaginati. Il confine tra naturale e artificiale si dissolve, lasciando spazio a un’armonia silenziosa.

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Il rispetto per la natura non è mai retorico, ma quotidiano. Manrique usa materiali locali, colori minimi. Ogni scelta è un gesto di sottrazione, un modo per non disturbare l’equilibrio fragile dell’isola. L’architettura non è mai soggetto, e insegna a guardare il paesaggio con attenzione e lentezza. Nelle architetture di Manrique, le finestre non sono mai semplici aperture. Sono cornici misurate, pensate per fermare il paesaggio e trasformarlo in un quadro vivente. Il mare, la lava, il cielo entrano negli interni con la stessa dignità di un’opera d’arte, ma senza essere addomesticati. Ogni finestra educa l’occhio a osservare, rallenta il passo. Non si affaccia sul panorama: lo incornicia, lo lascia accadere.

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L’opera di Manrique appare sorprendentemente contemporanea. In un tempo che parla ossessivamente di sostenibilità, impatto ambientale e rispetto del contesto, Lanzarote è già una risposta. Non come manifesto, ma come pratica vissuta. L’idea di limitare le altezze, preservare le visuali, proteggere l’identità del luogo è nata molto prima che diventasse un tema globale. Oggi, più che mai, questa visione appare radicale.

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Camminare negli spazi di Manrique è un esercizio di consapevolezza. Si impara che l’architettura può essere gentile, che il progetto può farsi ascolto, che abitare significa convivere. Lanzarote resta lì, aspra e luminosa, mentre le opere di Manrique continuano a suggerire una possibilità: quella di un’architettura che non lascia cicatrici, ma tracce leggere, quasi invisibili, come il passaggio del vento sulla lava.

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